Un po’ di Maradona.

stefano ceci

Quale Napoletano non vorrebbe sapere qualcosa di personale di Diego Armando Maradona. Quale grande appassionato di calcio non vorrebbe essere vicino a quel mondo. Perché per quanto negli anni sono arrivati tanti altri campioni, argentini e non, Diego rimane Diego. Rimane il punto più alto, il paragone per eccellenza. E lo è nonostante la sua vita, tutto quello che ha fatto sul campo e fuori. Una vita, incredibile a dirsi, non facile.

Oggi ho ascoltato in diretta e a microfoni spenti la storia di Stefano Ceci, amico fraterno di Maradona e autore del libro Maradona, Il Sogno di un Bambino dove racconta non solo come ha conosciuto Diego, ma anche tutto il vissuto, il momento più buio della vita del campione e tutti i suoi momenti più difficili, legati alle difficoltà, alla droga, alla ricerca di essere uguale al suo mito in tutto e per tutto, anche nel peso del corpo.

E credetemi, parlare con una persona che ha sul cellulare il numero di Maradona ti fa comprendere il senso del detto “l’occasione fa l’uomo ladro”, perché ho pensato davvero di prenderglielo!

Leggerò il libro che Stefano mi ha regalato con la fortuna di aver ascoltato alcune delle sue emozioni personalmente e in diretta Radio. Perché incredibile ma vero, quella che si racconta, quello che si percepisce anche dall’intervista, è una storia d’amore, con tutte le sue luci e le sue ombre, che mi ha permesso oggi di vivere un po’ di Maradona, sulla mia pelle.

Questo è il podcast dell’intervista durante De Gustibus, in onda tutti i giorni dalle 12 alle 14 su Radio Amore Napoli (www.radioamorenapoli.it)

La Grande Epoca della Comunicazione.

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La celebriamo da diversi anni. In modo plateale, sottobanco. Ci siamo dentro, nel pieno, forse in quel punto in cui la molla è tesa, che forse si spezza, che forse dovrebbe tornare indietro.
La Grande Epoca della Comunicazione.

Diciamolo, ma anche agli sconosciuti. Denunciamo, ma al mondo intero. Offendiamo, ma senza alcuna vergogna. Parliamo, ma facciamo un video. Confessiamo, ma scriviamo su Facebook. Esprimiamo, ma senza collegare il cervello e senza nemmeno provare a immedesimarci nelle cose.

Una volta era la sigaretta fumata di nascosto, che non sia mai lo vengono a sapere i tuoi, a farti entrare nel branco. Inizi perché vuoi essere come gli altri, per essere grande, per essere accettato. A parte che oggi come minimo ti devi fumare una canna, ma anche se passano gli anni, il branco resta sempre l’ambizione ma cambiano i riti di iniziazione.
Oggi devi dire la tua.
Crollano le torri gemelle, Renzi viene eletto senza nemmeno un voto, stuprano una ragazzina, scippano una vecchietta, sbarcano gli immigrati, sprecano i politici, fallisce la democrazia, viene dato un rigore alla Juve, l’Isis fa un attentato, si cambia colore alla foto profilo per celebrare le coppie omosessuali, si scannano a Uomini e Donne, Tristan de “Il Segreto” muore (se non lo sapevi ti ho appena fatto uno spoiler, ma sopratutto se non lo sapevi vivi sulla Luna), insomma qualsiasi cosa succeda dobbiamo dire la nostra.

La tastiera, lo schermo, le parole che seguendo quella che noi riteniamo un’intelligenza si staglieranno a futura memoria breve sui social e su internet sono le nuove sigarette che noi vogliamo provare per la prima volta. Per essere accettati, per non essere tagliati fuori, per dire “Hey, esisto anche io, cazzo. Cagatemi”.
Ora, che le sigarette fanno più che male lo sappiamo tutti. Ma accettiamo questo assurdo prezzo da pagare. Le parole che usiamo invece riteniamo che siano giuste, in realtà ci fanno parecchio male perché chi leggerà, inevitabilmente, ci giudicherà. E potremmo restare sorpresi dallo scoprire che quel giudizio nella maggioranza dei casi sarà negativo.

E’ una rete troppo vasta, troppo collegata, che ha al suo interno sistemi per non farti perdere, che creano comunità, che se poi fanno milioni di utenti dimenticano il motivo per cui sono nate e diventano “flussi di influenza” con comunicazione mirata, studiata, psicologicamente provata, che fa perdere quello che è più caro alla comunicazione: la spontaneità.
Che poi ti ritrovi a leggere quel commento di quella persona che conosci e che credevi intelligente che ti fa pensare “Ma questo è tutto scemo.”

Ora lo so cosa state pensando. Che questo mio ragionamento è un invito a non scrivere, a cancellare la vostra libertà di espressione, che pone me sul podio dell’intelligenza e voi all’ultimo posto in classifica nella zona retrocessione per il campionato delle Eccellenze dei Coglioni.
Invece no. Forse i messaggi sono due.

Il primo: Pensate. Sopratutto se non sapete.
Prendo come esempio l’episodio di stupro da parte del militare ai danni della ragazzina di 16 anni di Roma. Tra i commenti del web si leggono cose tipo
E questa ragazzina da sola a mezzanotte che ci faceva? oppure 
Oggi a 16 anni vanno in giro praticamente nude
ed ancora
Se l’è cercata ma non è mica giusto oppure una tra le peggiori è tipo
Prima fanno sesso e poi denunciano per giustificare ai genitori. 

Ce ne sono di molti altri e sono anche peggio. Eravate lì? Sapete realmente cos’è successo? Conoscete la ragazza in questione? E il militare? Avete visto l’abbigliamento?
Sapreste dire la stessa frase guardando negli occhi quella ragazza? Avete una vaga idea di cosa possa significare una violenza sessuale? No?
Allora perché commentate? Per libertà di parola, pensiero ed espressione? Giusto, avete ragione, è un vostro diritto. Che fa esercitare lo stesso diritto di qualcun altro che vi considererà dei coglioni. Non offendetevi però, ve la siete cercata.

Il secondo: è vero, la libertà di espressione esiste. E tutti abbiamo il sacrosanto diritto di esercitala. Io lo sto facendo in questo momento. E vi prego, ditemelo se ritenete che il coglione sono io. Ma sappiate che questa libertà può anche non essere esercitata. Potete anche evitare di scrivere. Ovviamente se la vostra massima espressione è un commento come quello citato qualche riga più sù. Esistono delle piccole linee di confine che portano il nome di decenza e dignità. Altre caratteristiche che sono venute meno alla comunicazione, alla parola, al pensiero, alla libertà.

Perché la sensazione è che questa grande epoca di comunicazione, di universalità, di villaggio globale, di “io sono qui ma sono anche lì”, di poter dire tutto quello che si vuole manifesta gli aspetti più  tristi dell’essere umano. Piuttosto che arricchire impoverisce, invece di rallegrare, rattrista. Ma sopratutto, invece di avvicinare, allontana.
Eccessi di razzismo, omofobia, giudizi, supremazie di ego. Chi scrive è sempre un genio, ha sempre la verità dalla sua. Altro grande inganno. Non si può parlare di quello che non si conosce. Giusto per fare un altro esempio, tipo gli immigrati, per quanto possano esserci politiche sbagliate, inumane, comportamenti assurdi, prima di dire la vostra fatevi due settimane di vacanze in uno di quei paesi e poi fatevi il viaggio di ritorno su uno di quei barconi. Ma così eh, giusto per poi avere un’idea più precisa sul come ci si sente quando scappi da una guerra e qualcuno scrive senza pensarci due volte “Peccato che ne sono annegati così pochi”.

Oppure fate una cosa più semplice: prima di scrivere ricordate le parole che Vittorio Arrigoni usava per chiudere i suoi post. Voi pensatele prima, quelle parole, queste parole:
Restiamo Umani.

Un Vuoto SocialNetWorkiano.

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Capita anche a voi di avere quella strana sensazione che vi porterebbe a scrivere qualcosa su Facebook?
Una foto, una frase, un aforisma, un selfie con la bocca a culo di gallina, la condivisione di un Best Vines ma non c’è nulla che vi soddisfa davvero.

Un vuoto SocialNetWorkiano. Un senso di inadeguatezza verso i tuoi amici o followers, vorresti dirgli qualcosa ma ti sembra tutto banale, inutile.
Però vorresti dire. Quindi sei a un bivio: dire una cazzata e subirne le conseguenze pur avendo soddisfatto un bisogno oppure tacere e, di conseguenza, sentirti insoddisfatto.

E’ un problema.

Da un lato ti senti fuori dal gruppo, asociale, non sei più il figo della festa. Diventi lo sfigato che non ha nulla da dire, e che comunque farebbe meglio a tacere per non peggiorare la sua situazione.
Al posto del sorriso forzato ti arriva il like solitario della compassione. Una tristezza nella tristezza.

Dall’altro sei alternativo. Facebook ce l’hai ma non  lo usi. Il tuo ultimo post è di due giorni fa e ancora fa qualche like. Quello di qualcuno che per caso è passato sulla tua bacheca e ha cercato di capire se sei vivo o se sei scappato in un altro paese per cambiare identità.

Ma ti resta questa insoddisfazione. E se per un attimo la tua mente viene illuminata da uno spiraglio sottilissimo di, non voglio dire saggezza, non voglio chiamarla intelligenza, ma almeno attenzione, ecco, da un sottilissimo spiraglio di attenzione verso te stesso potresti porti questa domanda, tanto semplice quanto essenziale:

ma perché mi sto facendo questo problema?

Del resto sei col tuo telefonino in mano o in presenza del tuo monitor. E stai lì a pensare per minuti, tanti minuti, scorrendo la home in cerca di ispirazione. Uh, c’è il nuovo video di Dipré con la Tommasi… vabbè.

Insomma, alla fine, a che serve? A che serve davvero? E questo vuoto SocialNetWorkiano per quale motivo turba l’animo?

Alla fine non succede nulla di male a non aprire Facebook, a non scriverci per forza qualcosa. ‘Fanculo il sistema.

Ora però condivido questo post del mio Blog.
Evvai, sono appagato.

Congelare.

congelare

La felicità si sa, vive di momenti, attimi.
Non esiste una felicità perenne nel tempo. Nonostante sia la ricerca di una vita. Incoraggiati dai miti delle serie televisive ci affanniamo a cercare una situazione che possa perdurare in un tempo tendenzialmente infinito sotto la definizione di felicità. Lo vogliamo nel lavoro, nella vita di tutti i giorni, nello studio, nella famiglia, nell’amore, nell’amicizia.
Ma la felicità muta al tempo come muta il meteo. Se ieri c’era il sole oggi potrebbe piovere.

E fin qui forse non ci sarebbe nulla da obiettare. Se non fosse che né accettiamo questi singoli momenti di felicità (troppo brevi) né riusciamo a vederli quando ci passano tra le mani. Fateci caso. Non è felice chi si ritrova la felicità sotto il naso, ma chi la sa riconoscere. Glielo leggi in faccia, non ha bisogno di spiegarti o raccontarti nulla. E’ felice e sa godere di quel momento.

Ci vorrebbe allora la magia. La possibilità di congelare quei momenti per poterli avere sempre, per tenerli lì, conservati. E dovremmo essere doppiamente abili: riconoscere un momento di felicità e zack, congelarlo, al caro prezzo di non viverlo. Per collezionismo. Per poter un giorno dire “guarda quanti momenti di felicità, se li metto insieme allora sono stato davvero felice.”

“Uao, davvero tanti. E com’è stato?”
Cosa?
“Vivere questi momenti di felicità”
E beh ecco… io insomma… Sai avendoli congelati… Non saprei, sono momenti di felicità, sono belli, no?
“Ovvio che sono belli, ma com’è stato viverli?”
Io… Insomma guarda, guarda questo qui… E quest’altro, chi se l’aspettava eh? Eppure…
“Beh si sono davvero tanti…”

Tu quanti ne hai?
“Di cosa?”
Di momenti di felicità come questi…
“Beh non saprei… Non li ho come te…”
E allora come fai a sapere con esattezza che erano momenti di felicità?
“Lo so perché quando li ricordo sorrido.”

La sensazione è di distrazione. Ci facciamo sfuggire piccole cose che cambierebbero il nostro morale e il nostro pessimismo se qualche volta non ci facessimo distrarre dall’affanno di avere o apparire.

Io ne avrei voluti congelare tanti di momenti. Momenti in cui sono stato felice. Con cose e persone che oggi non fanno più parte della mia vita. Eppure credo che forse, per certi aspetti, era inevitabile. Se non sei anche infelice, come puoi riconoscere la felicità?

Costumi.

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Oggi si indossano abiti da scena.
I cellulari, la moda, i vestiti, le acconciature, i social network e tutto quello che oggi sembra sia la comunicazione.
Sono tutti costumi che si indossano per stare su un palco che nessuno ci ha mai realmente imposto, per uno spettacolo per cui non si vende nemmeno un biglietto perché si vuole essere tutti attori e pure protagonisti.

Costumi non per mascherare dei lineamenti ma per mascherare il volto fatto di assenza di sicurezza, paura e nessuna personalità. Ma queste sono tutte cose che servono per essere attore. Chi non sa vivere di esperienze, deboli o forti che siano, non può interpretare nessun sentimento, nessuna verità. Si pensa che un semplice “si fa così” risolve tutti i problemi. E’ così che ci si monta la testa. E l’unica verità è che l’applauso dei familiari e degli amici non ti fanno onore. E nemmeno attore. Anzi. Si è finiti con la convinzione di essere veri, per la sola ricerca di approvazione di un mondo che nella maggioranza dei casi se ne fotte di tutto.

Solo di una cosa sono tutti bravi. Solo un talento accomuna tutti: le bugie.

Scendete dal palco. Tornate in camerino. Fatevi aiutare dalla costumista e svestitevi. State cinque minuti da soli. Chiedete allo specchio chi siete, cosa volete. Poi lasciate tutto nel camerino e uscite fuori. Siate voi stessi.
E non dite la cagata che voi siete comunque voi stessi, questa è una stronzata che avete imparato guardando il Grande Fratello.

A Night Like This.

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Certe notti non conoscono stanchezza. Notti come questa.
Non c’è bisogno di fare qualcosa. Non sono notti in cui vuoi sentirti qualcuno. E’ un soul, ha un ritmo caldo, denso. Tiene compagnia, come fanno certi pensieri. Consideriamo i pensieri qualcosa di negativo. “Ho i pensieri per la testa”. Invece no. Ma spesso sono riflessioni che ti accompagnano nella vita. E l’abbraccio di quell’amico che non hai mai avuto. Quell’amico che sei tu. Ma è anche una lama che affonda piano. Fa male, ma te la godi. Capisci cosa significa.

Siamo quello che facciamo. Che si sappia in giro o meno. Che sia un segreto oppure no. Anche se nascondiamo quel che facciamo ne restiamo coinvolti, rappresentiamo quello che di buono o di male abbiamo fatto. Lo porteremo sempre con noi. E prima o poi busserà sempre alla tua vita e ti darà ciò che devi avere. Perché siamo quello che facciamo. Siamo quell’atto di vigliaccheria. Siamo quell’azione sconsiderata seppur fatta per disperazione. Siamo quello sfregio fatto per gelosia. Siamo quell’inciucio che diciamo sottovoce in una piazza affollata. Siamo il vino che beviamo per delusione. Siamo la generosità che diamo, sinceramente. Non importa il motivo o il perché. Se facciamo una data cosa, vuol dire che quella cosa fa parte di noi. E non serve tentare di macchinare alle spalle, di trovare sotterfugi. La menzogna è tentatrice irresistibile. Ma è traditrice. Non sa tenere nascosta se stessa.

Il perché poi di certe cose… Beh. Quello è il vero mistero. Il vero senso di un’azione forse non ha un vero perché. Nel bene o nel male è semplicemente una scelta. Resta forse da capire se è la scelta giusta.

C’era una volta l’informazione.

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Oggi la notizia non esiste più.
Esiste un punto di inizio, un fatto che ispira argute penne disposte a trasformare il fatto in storia da raccontare, vendibile per lo sponsor di turno che in tempo di crisi ha bisogno di te che stai lì, a leggere su internet e a guardare la Tv, che ti convinci a comprare, indossare, mangiare,viaggiare, lavare, telefonare, navigare. Esistono gli avvoltoi, che chiamano notizia quella storia e ne diventano “portavoci”, in realtà sono solo abili venditori, illusionisti che ti tengono attaccato lì, in attesa del momento dell’incanto, il momento in cui il trucco verrà svelato, che poi resta sempre un mistero e tu tornerai ancora e ancora, per la gioia dell’avvoltoio, per la gioia del narratore, per la gioia dello sponsor, per soldi, tra le urla.

Non è vero che non possiamo farne a meno. Non è vero che dobbiamo ascoltare per forza.
Possiamo sempre scegliere cosa fare, ma cercano di privarci di questa scelta, lo fanno perché per loro è comodo. Se non hanno i numeri dalla loro non possono vendere quegli spazi dove ci mettono le pubblicità di turno.
Ma queste cose le sapete già. Le sapete… Vero?

Chi ammazza chi è stato ammazzato, perché lo fa, parla l’amico, parla il parente, tutto in pasto a tutti, ma ci sono i “ma”, ci sono i dubbi, c’è la notizia falsa su Facebook, ora muore questo ora muore quell’altro,
“No, non è vero non ci credo!”
“Ma se è una bufala”
ma tutti condividono, tutti ne parlano, alla fine tutti vogliono sapere di un errore fatto da una vita che non ti appartiene, che mai ti apparterrà, ma la giudichi, ne parli,
“ma dove andremo mai a finire”.

Io sono dell’idea che il mondo non è cambiato poi tanto. Queste cose sono sempre successe. Nel medioevo succedevano cose indicibili. Si torturava e nessuno sapeva nulla, la gente spariva e magari pensavano che fosse caduto dentro un fiume. Ma oggi è cambiata l’informazione. Perché ora sai di cose che succedono in posti che non avresti mai saputo senza internet, senza la tv, senza la radio. Clicci titoli fatti apposta per essere cliccati che poi non c’è nulla dietro, ma tu hai fatto fare un po’ di soldi a qualcuno.
Si appropriano della tua curiosità, ti fanno interessare a ciò che non ti interessa. Del resto i distrattori sociali non li ho inventati io, e ci fanno anche i soldi sopra.

Ed allora eccole lì le facce tristi dei conduttori, le parole scritte dall’autore e poi il cazzeggio a telecamere spente.
E’ una macchina che non si fermerà fin quando macinerà soldi. Verremo presi sempre in giro fin quando ci faremo prendere in giro leggendo, guardando, condividendo.

E la parte bella è che poi ce ne lamentiamo. Ed è in quel preciso istante che gli abbiamo dato ragione, nuova linfa vitale, nuovi soldi per loro e più miseria per noi. Spegnete certe televisioni, chiudete certi giornali, certi siti. Che tanto ormai il cervello ve l’hanno già spento.

Oggi la notizia non esiste più.
E credetemi, se proprio arriverà la fine del mondo credo che ce ne accorgeremo nel più semplice dei modi.
Morendo.

Tra il Venti e il Ventuno.

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“Se posso un parere personale, quello ai frutti rossi.”

Non ricordavo qual era. Non ne sono sicuro nemmeno adesso. Nel mentre che mi sedevo cercavo proprio di visualizzare quel gusto che era particolare ma non così strano. Ed il consiglio di provare quello ai frutti rossi mi sembra di quanto più vicino ci possa essere. Perché mi ha fatto sorridere. Come un suggerimento esatto e inaspettato. Forse era proprio quello il gusto del thé. Non ho mai avuto buona memoria per queste cose.

Una volta ero seduto dall’altro lato del tavolo, ma c’è ancora Parigi nella tazza, che mi sorride, che mi guarda. Ironica.

Sfuggono quelle che erano le parole. C’era altro. Era diverso. Non ricordo certi particolari. Ricordo benissimo certi altri particolari. Quel pizzico che mi diede all’improvviso la vita, destinato a fare male solo tanto tempo dopo.

Ci sono percorsi che ti segnano dentro. Come questo luogo.

Questo luogo era nostro. Ora è come un territorio perso dopo la guerra. Appartiene ad altri. Estranei che vivono una cornice che pensavamo non dovessimo perdere mai. E invece ora sono io l’estraneo qui.

C’è un vecchio pullman. Come quello preso quell’estate, fatta di aria fresca e acqua di sorgente, pura. È uno di quei pullman che non ha niente a che vedere con la Napoli vista da quassù, tremante nel calore delle sue luci. E invece è qui.

Sembra non esser cambiato nulla. Lo stesso muretto, quel freddo che non è ancora freddo, la città sotto i miei occhi. Il sapore di tabacco tra le labbra. Quel punto preciso, così piccolo, così breve, tra il 20 e il 21, vissuto ad occhi aperti, a mente lucida, solo senza il sorriso. Manca quel pezzetto di gioia che vivi al momento dell’inizio. E che ora qui sa di momento di fine.

Un ultima boccata, un ultimo sguardo, un ultimo bacio al tabacco ormai diverso.
Ed è 21. Di nuovo diverso.

Non amate. Innamoratevi, ma non amate. Amare distrugge, fa dilagare l’incoerenza. Genera fantasmi, alimenta le paure. Sveste del coraggio i deboli. Quando ti innamori invece resti con un piede per terra. Ed è quel piede che ti racconta tramite le differenze l’innamoramento. Lasciandoti ancorato al prima ti permette di capire, di fare dei confronti, puoi ricordare come sono sempre state le cose e come invece stanno cambiando. Come non devono cambiare.

Innamoratevi e fermatevi all’ultimo passo, alla frontiera. Se non sapete a cosa andate incontro, se non sapete cosa significherà, fermatevi. Non generate inutile rancore, il mondo ne è pieno. Fermatevi. Innamoratevi. Ma non amate.
Fermatevi.

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Ricordando.

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Ciò che è vero oggi può essere diverso da ciò che era ieri.
In realtà succede sempre, in tutte le vite. Solo la tempistica è diversa. Ma ciò che è vero oggi è diverso da ciò che era vero ieri. O meglio, ciò che era vero ieri è diverso da ciò che è vero oggi. Cambiano le espressioni di certe persone che incontri tra altra gente. Cambiano le sensazioni nel passare per una certa strada. Cambiano le persone che ti ritrovi tra altra gente che prima era altra gente in mezzo ad altra gente ancora.

Qualcuno la chiama ruota che gira. Ma c’è puzza di ipocrisia.
Difendiamo cose inutili. Combattiamo per cose inutili, dimenticando che sono poche le cose per cui vale la pena combattere: come i valori. I valori veri. Il resto sono litigi di condominio utili per sfogare delle personali frustrazioni. Danno soddisfazione al momento, ma non ti cambieranno mai il senso di pochezza che ha la tua vita quando ti guardi allo specchio.

Nessun attore può recitare per sempre. Un giro in camerino prima o poi lo devi fare. E non esiste specchio più sincero.
Se ricordassimo sempre le cose importanti, se ricordassimo sempre le cose che hanno avuto un valore forse vivremmo e affronteremmo le cose in maniera diversa. Ma l’euforia del momento crea amnesie. Che sia di gioia, di riscatto o di rabbia. Basta distrarsi un attimo e…

E le cose cambiano. Per questo bisogna ricordare. Fermati un attimo e ricorda. Ricorda come erano diverse le cose che sono cambiate.
Ricorda quanto bianco è diventato nero senza passare per il grigio.
Ricorda quante parole erano importanti.
Quante lo sono oggi.
E quante erano bugie.
Quanto c’è degli altri in tutte quelle bugie.
E quanto c’è di te.

Perché una cosa è vera.
Il vigliacco, prima o poi, paga sempre. Ed è una bella sensazione quella di non avere debiti.

A chi Piace sta Zucca?

halloween

Chiedere a qualcuno “Cosa sai di Halloween” potrebbe spiazzarlo notevolmente. Come se gli chiedessi all’improvviso “Quando è finita la prima guerra mondiale”?.
Non è che non se lo ricorda, forse non lo sa.
Diciamo che in generale all’italiano mancano le basi di una cultura generale e spesso fanno le cose senza nemmeno sapere perché.
E credo che pochi hanno dimestichezza con Halloween. Fatta eccezione per:

Risposta tipo A – E’ quel giorno dove i bambini scassapalle vanno a chiedere dolcetto o scherzetto in giro. Che poi te non c’hai nulla in casa e vieni preso alla sprovvista, loro so talmente sprovveduti che se non hai nulla da dare manco ce l’hanno lo scherzetto da farti. Al massimo ti danno un vaffanculo. Oppure ti deridono con frasi del tipo “addirittura Renzi c’ha dato 80euro”.

Risposta tipo B – E’ quel giorno dove ci si veste, no? Tipo Carnevale. Solo che in molti dimenticano il filone horror della cosa e tirano fuori il caro e vecchio costume da Cowboy. Ma le donne hanno più memoria: ricordano che non devono vestirsi da gatta sexy ma da strega sexy. Che poi i costumi sono praticamente identici.

Per i locali invece è la serata della riscossa per recuperare quell’incasso che non si è fatto durante il mese.
“Organizziamo una festa di Halloween!”
“Ma dai, che ideona!”
“Ma dai svoltiamo la facciamo solo noi!”
“No, veramente la dobbiamo fare anche noi sennò sembriamo i cazzi…”
“Ok ok calma, non facciamoci prendere dal panico, che ci serve?”
“I pipistrellini e i fantasmini di carta da appendere al soffitto”
“Ok, prendiamone 4 in totale”
“Le cannucce nere”
“Giusto fanno più dark”
“Ma le usiamo tutti i giorni quelle, eh”
“Ok, allora per i due giorni prima di Halloween mettiamo quelle rosa”
“Le candele”
“Sei pazzo? Hai idea di quanto costano le candele? Abbasseremo tutte le luci”
“Ma dai, le prendiamo da Ikea”
“Non ci vado manco morto da Ikea, l’ultima volta me le sono dovute montare da solo, abbasseremo le luci”
“Ma non si vedrà un cazzo di niente”
“Meglio, così qualche cesso bacerà un tocco di gnocca e sarà felice di essere stato con noi”
“Cazzo, tu sì che ne capisci di marketing”

(In realtà una volta ho lavorato ad una festa di Halloween in un Pub. C’erano le luci accese, giocava la Roma che vinse pure la partita e facemmo il karaoke. Sì, il karaoke. E ci divertimmo pure un sacco.)

Ah, le zucche. Io non ho mai avuto il piacere di vedere le zucche intagliate con dentro la candela. Mai una a Napoli. Ora non so se sono io che ho avuto sfiga. Una volta un mio amico ne portò una a casa per lavorarla. La mamma l’ha cucinata prima ancora che lui prendesse tutti gli attrezzi per l’intaglio. Ma va detto che venne buonissima.

E i costumi. I costumi mannaggia la miseria. Io mi sono sentito tanto originale quanto imbarazzato solo una volta: quando mi sono vestito da Piton di Harry Potter. E il costume era dato dal 95% dai miei capelli all’epoca lunghi e stirati degni di Renato Zero. L’unico vanto era che tutti mi dicevano “Bella parrucca!” Ed io “Bella, questi sono i miei capelli”. Un successone.

Per la donna è ancora più facile. Non importa che tu ti vesta da strega o da strega (la variabile è quella): l’importate è che sia sexy. Mi dicono dalla regia che oggi i costumi si sono evoluti e si fanno anche cose diverse. Ma io credo che la variabile sexy sia rimasta immutata. Insomma, chi non ha mai desiderato conquistare una strega e viverci un’avventura di una notte? E secondo voi, l’avventura di una notte la si fa con la strega brutta? Meglio sexy, ci si diverte di più.

La verità è che è tutta una scusa. Per fare qualcosa. Per fare del Cake Design a tema. Per vendere le App sugli Zombie che nessuno si caga. Per mettere qualcosa d’arancio nelle vetrine. Per vedere le zinne di una strega. Ma manca l’essenza. Manca la storia, la diversità di quella ricorrenza. Sono cose che stiamo perdendo con un qualcosa come il Natale, figuriamoci con una festa che in realtà consideriamo solo da qualche anno.

Perché ci serve solo una scusa. Per bere da qualche parte. Per vedere una scollatura. Per mangiare due cioccolatini. Ma le zucche, diamine. Io voglio vedere le zucche. E qualcuna piena nemmeno mi dispiacerebbe.

Ps: la Prima Guerra Mondiale è finita nel 1918. Non si può mai sapere, metti che qualcuno te lo chiede.